Introduzione

 

 

Essere protagonisti della propria azienda significa sapersi distinguere , prestare la dovuta attenzione alle nuove problematiche, essere al passo con i tempi, affrontare il mercato con caparbietà e sapersi relazionare con la propria organizzazione. In questo scenario, di per sé già impegnativo, stanno ormai entrando con prepotenza nuove  tematiche dettate da cambiamenti sociali o addirittura da esigenze di sopravvivenza. Tra queste, la fa da padrona l’etica, che ormai non occupa più soltanto la sfera personale o quella professionale, ma abbraccia , anzi invade, settori e studi come quello della tecnologia.

Nell’affrontare l’argomento, i rischi che si possono correre sono veramente molti. Si va da quello più banale di filosofeggiare su tematiche che interessano dieci o venti persone, a quello più insidioso di dire cose sulle quali già sono stati scritti fiumi d’inchiostro. Poiché non vogliamo cadere in questa trappola, andremo alla ricerca di quei  valori aggiunti in grado di creare nuove opportunità di convivenza e di crescita, sia personale, sia aziendale.

Mai verranno proposte delle soluzioni! Soltanto riflessioni che però hanno un denominatore comune: convivere con la tecnologia, non essere sopraffatti dalla stessa e strumentalizzarla ai fini della nostra professionalità e libertà, conviene. Conviene almeno per tre ordini di motivi: il primo pratico, finalizzato al miglioramento dell’immagine dell’offerta da piazzare sul mercato. Il secondo, ci permetterà di trasformare la nostra organizzazione in una squadra  coesa e responsabile, pronta ad entrare in campo su obiettivi comuni, ed il terzo, molto meno tangibile, ma più umano, è quello di darci la tranquillità di aver agito nel migliore dei “nostri” modi possibili.

Fatti non fummo a viver come bruti e maturare la consapevolezza etica ci permetterà di scalare più rapidamente la piramide della gerarchia delle nostre necessità[1], fornendoci le motivazioni giuste per poter soddisfare i nostri bisogni di autostima e di autorealizzazione.

 


 

Il punto di partenza

 

Media,  hi-tech, giochi elettroni, … è inutile nasconderlo, chi più, chi meno, un po’ per curiosità, un po’ per lavoro, più volte a giorno si è trovato a che fare con nuove realtà  tecnologiche.

Non essere aggiornati è un azzardo. In famiglia si rischia di diventare il dinosauro della casa, nel mondo del lavoro si potrebbe essere esclusi dai processi di incentivi e di riconoscimento della propria professionalità. Nella vita sociale? Se non si possiede un PC con incorporato il bluetooth e se wi-fi ci sembra uno slogan da stadio, rischiamo seriamente di essere considerati diversi.

Non possiamo tirarci indietro: partecipiamo! Ma fino a che punto farci coinvolgere? Fino a che punto essere passivi e permettere che degli strumenti o delle macchine rivoluzionino il nostro modo di essere, o addirittura, di pensare?  Prendiamo coscienza della necessità di salvaguardare la nostra identità e quella della nostra azienda. Serviamoci dei nuovi strumenti che la tecnica ci mette a disposizione, per quelli che sono, non sottovalutandone le potenzialità, ma non sopravvalutandone l’utilizzo.

Sul tema già nascono dei neologismi e tecnoetica è uno di questi. Il termine indica la disciplina nata per rispondere a seri interrogativi di carattere morale indotti dal progredire della tecnologia. Fermarsi a riflettere su tali argomentazioni significa maturare la giusta coscienza che ci permetterà di riappropriarci della strumentalità della tecnologia, a tutto vantaggio del miglioramento della qualità di vita, privata e sociale. In altre parole, perché non sfruttare quest’opportunità per creare dei presupposti di miglioramento dei rapporti con i nostri dipendenti e della nostra qualità di vita?

Importanti organismi internazionali si impegnano a favore di una campagna di sensibilizzazione. Un esempio per tutti è l’associazione per lo sviluppo della tecnologia IEEE[2] che ha pubblicato, nel febbraio 2006, il decalogo del comportamento etico dove spicca, tra tutti, il quinto comandamento, che recita testualmente: ci si impegna a … migliorare la conoscenza della comprensione della tecnologia, della sua corretta applicazione, e delle potenziali conseguenze[3].

È una questione paradossale: da una parte, si ha una fortissima dipendenza dalla tecnologia; dall’altra si tende a credere che questa sia realtà dalla quale bisogna difendersi. La tecnoetica vuole mediare questi opposti e superare questo apparente paradosso, non nascondendo la dipendenza della persona dalla tecnica, ma non dimenticando che la tecnica è un elaborato dell’uomo e, quindi, un suo strumento.

Personalmente penso possa ormai dirsi che la battaglia contro la tecnologia, sia finita ed è stata definitivamente persa dai suoi nemici. Ma la tecnologia è subdola, ha vinto dal di dentro, puntando su qualità prettamente umane, quali le ambizioni personali, la comodità, il benessere. Se poco a poco il motore, l’elettricità, il telefono, si sono introdotti nella vita dell’uomo fino a diventare elementi che quasi non si sentono se non quando mancano, si può dire che negli ultimi anni il processo si è accelerato, e tutto è stato invaso dalla tecnologia: persino i meccanismi più basilari della produzione della vita sono caduti sotto il suo dominino.

La disponibilità costante di immagini e di idee, così come la loro rapida trasmissione, da una parte all’altra del mondo, l’annullamento del concetto di spazio e di tempo da parte di Internet, hanno delle implicazioni, sullo sviluppo psicologico, morale e sociale delle persone, sulla struttura e sul funzionamento delle aziende e della società, nonché sulla percezione e la trasmissione dei valori[4]. I nuovi mezzi di comunicazione aziendale e, più in generale sociale, sono strumenti potenti di educazione e di arricchimento culturale, di commercio e di partecipazione politica.

Non per niente nei programmi scolastici è ormai denominatore comune l’insegnamento dell’informatica e delle tecniche di comunicazione, proprio per iniziare, fin da subito, a costruire una forma mentis in grado di accompagnarci per il resto della nostra vita professionale, e non solo.

La nuova tecnologia guida e promuove la globalizzazione, e questa, può accrescere il benessere e promuovere lo sviluppo. Questa offre vantaggi quali maggiore efficienza e produttività. Tuttavia, è sotto gli occhi di tutti, che questi benefici non sono condivisi in maniera uniforme e, in ogni caso, non sono a costi zero. Il fenomeno è tanto più evidente quando, in maniera sconsiderata, non si valutano le conseguenze di certi comportamenti sull’ambiente, o più semplicemente nei rapporti con i nostri simili.

In campo economico, la globalizzazione denota la forte integrazione del commercio mondiale e la crescente dipendenza dei paesi gli uni dagli altri. L’economista Giancarlo Pallavacini asserisce che, anche grazie alla tecnologia informatica, la globalizzazione può definirsi come "[] uno straordinario sviluppo delle relazioni tra le diverse aree del globo, con modalità e tempi tali da far si che ciò che avviene in un’area eserciti conseguenze in tempo reale sulle altre aree, anche le più lontane, con esiti che i tradizionali modelli interpretativi dell’economia e della società non sono in grado di valutare correntemente[5].

Ed allora come sfruttare al meglio questa straordinaria opportunità per migliorare il nostro potenziale aziendale?

Non esiste una risposta unica, ma una cosa è certa: va maturato un nuovo concetto d’impresa e di responsabilità. È necessario arricchire la cultura aziendale di tutti quei fattori sociali, ambientali ed etici necessari a migliorare la relazione con le risorse a disposizione. Questi nuovi valori, in aggiunta a quelli che storicamente fanno parte del nostro patrimonio imprenditoriale, daranno una nuova veste al sistema tradizionale di fare impresa. 

Tale percorso innovativo non è univoco, è infatti un cammino personale, complesso, che possiamo intraprendere con tempi e modi adeguati alle nostre esigenze. Sarà determinante però raggiungere tanti piccoli traguardi intermedi, che ci proietteranno sempre più avanti verso l’obiettivo di un miglioramento continuo.

La natura incredibilmente coinvolgente di questa nuovo approccio, fino a divenire un elemento d’integrazione capace di includere aspetti come la sicurezza, l’ambiente, la normativa e l’apprendimento organizzativo, ci permetterà di proporci sul mercato con un’identità aziendale che è ormai richiesta dal mercato ed è diventata una reale aspettativa dei consumatori, degli investitori e delle autorità. Se da un lato il mercato è quotidianamente influenzato da fenomeni sociali quali il deterioramento dell’ambiente provocato dall’attività economica, dall’altro è sensibile alle risposte che le aziende danno in tal senso, pubblicizzando iniziative e favorendo chi prontamente risponde a tali necessità. A questo punto dovrebbe essere chiaro a tutti il valore economico di una tale iniziativa[6].

Passando dalla teoria alla pratica, cominciamo a trovare un metodo valido, o più semplicemente un processo, che trasformi le nostra sensibilità ed i nostri riflessi iniziali in un sistema organico di approccio al problema. In quest’ottica, una buona base di partenza è l’analisi dei punti deboli del nostro sistema. È noto che la robustezza complessiva di una qualsiasi struttura è pari a quella del suo elemento più fragile.

Da dove iniziare? Si possono intraprendere due criteri, il primo è seguire il proprio istinto; il secondo basarsi su studi e ricerche di realtà paragonabili alla nostra. Ebbene, prendendo a riferimento le statistiche a disposizione, si evince che uno dei punti più critici di una generica azienda moderna è proprio il settore della comunicazione e, più in generale, quello dell’apertura della propria immagine su Internet. È inutile nasconderci che la diffusione di Internet solleva questioni etiche quali, soltanto per citarne alcune, la riservatezza, la sicurezza e il diritto d’autore, noto anche come copyright.

A questo punto abbiamo individuato i potenziali primi punti del nostro sistema su cui dobbiamo lavorare, se non altro, sotto l’aspetto della verifica. Adesso è necessario conoscerli, approfondirli, sezionarne la complessità: ed è proprio quello che faremo.

 

 



[1] Abraham Harold Maslow (1908-1970) psicologo statunitense che nel 1954 pubblicò “Motivazione e personalità” in cui si stabilisce una gerarchia dei bisogni umani (la cosiddetta piramide di Maslow) che prevede un percorso progressivo che inizia dai bisogni fisiologici e continua fino a quello di autorealizzazione.

[3] Il testo inglese rende meglio il concetto: do commit ourselves …to improve the understanding of technology, its appropriate application, and potential consequences;

[4] Digito ergo sum,  § Il sito web  Mario Gentili – L’Airone editore

[5] Centro Internazionale Studi "Michea",Seminario del 28 aprile 2007, Padenghe del Garda: Giancarlo Pallavicini, "Internazionalizzazione dell'economia o globalizzazione?"

[6] David Vogel – The market for virtue, Brookings Institution Press.