Human Enhancement Technologies ed etica

Transumanesimo: chi era costui?

È sicuramente una nuova sfida quella di affrontare in maniera olistica il prorompente affermarsi nell’ultimo decennio delle Human Enhancement Technologies (HET). Genericamente definibili come il potenziamento delle caratteristiche umane attraverso l’uso di strumenti, tecniche e metodologie, le HET permeano ogni campo di applicazione: da quello medico e farmacologico a quello del tempo libero, della vanità e dello sport.

I nuovi paradigmi delle tecnologie trasformano il modo in cui l’uomo si relaziona con la sua realtà, ma essendo esse stesse un prodotto dell’attività umana, non possono prescindere dalla cultura, dalla storia e dal background da cui hanno origine. Lo spirito è quello del superamento di limiti e prestazioni, intrecciando relazioni, a volte indissolubili, che portano gli enhancement-entusiasti a considerare l’individuo finalmente libero dalle pastoie di un organismo strutturalmente limitato e deficitario nel tempo.

Questo scenario origina un dibattito molto acceso: come valutare, quand’anche immaginare e prevedere, l’impatto delle tecnologie sull’uomo? Come l’utilizzo delle tecnologie, in modo consapevole o inconsapevole, o volutamente indiscriminato, vanno o potrebbero modificare l’attuale instabile stabilità umana? Si contrappongono due ideologie: la visione filosofica e un po’ religiosa dei bioconservatori, che ritengono gli interventi di enhancement dannosi al preservamento della vera essenza dell’uomo e quella dei transumanisti, per i quali le tecnologie possono incrementare le capacità umane ed aumentare le aspettative di una vita migliore, anche se differente dagli stereotipi della quotidianità.

La dialettica che ne nasce ci coinvolge direttamente. Non si può negare che le HET permettono a persone che hanno deficit di vario tipo come, ad esempio non vedenti, non udenti, di entrare in contatto con un mondo fino ad allora inaccessibile, tutto ciò attraverso vari dispositivi che stimolano le giuste regioni della corteccia cerebrale. Inoltre, le tecnologie possono riaccendere la speranza in persone che hanno subito la perdita di arti o addirittura, attraverso esoscheletri indossabili, in coloro che sono affetti da paralisi, abbattendo di fatto le barriere che separano gli uomini diversamente abili da quelli considerati normo-dotati.

Di contro, non si può non essere sensibili al rischio di oltrepassare ciò che eticamente è considerato lecito dal senso comune della società. Addirittura, in una visione più pessimista, ma sicuramente realista, considerata la cronaca degli ultimi anni, le barriere potrebbero essere ulteriormente accentuate a causa delle differenze sociali, culturali, ma soprattutto economiche, che consentirebbero l’enhancement solo alle persone più facoltose, o comunque maggiormente facilitate ad accedere alle tecnologie, generando così una classe più potente e dominatrice.

Molto spesso le HET hanno origine in ricerche di laboratorio dove, come noto, la ricerca è affetta da una serendipità che spesso fornisce una risposta ma pone molteplici nuove domande. È evidente a questo punto il necessario intervento del legislatore che però è quasi sempre troppo politicamente impegnato e che quasi mai riesce a tenere il passo della frenetica evoluzione della tecnologia. In Italia ancora non si ha evidenza di una particolare attenzione sulla tematica. Diverso è l’impegno a livello europeo che cerca affannosamente di deliberare su un comportamento etico da proporre poi a tutti gli stati membri. In tal senso mira la volontà di istituire un Panel permanente: lo STOA [1] – (https://www.itas.kit.edu/downloads/etag_coua09a.pdf), una sorta di osservatorio di indirizzo comportamentale sulle nuove tecnologie che ha definito le HET come un ombrello sotto cui si riparano a wide range of existing, emerging and visionary technologies, including pharmaceutical products [2].

Non è compito facile individuare una netta distinzione tra enhancement e terapia, anche in considerazione che l’una non esclude l’altra e che anzi sempre maggiore è il connubio per assicurare il potenziamento del corpo e della mente in un sano spirito sistemico. Lo sviluppo di tecnologie nei diversi ambiti scientifici e la contaminazione tra le varie discipline, ha fatto nascere l’idea di un’integrazione sinergica, in termini di una vera e propria convergenza tra le aree di avanzamento tecnologico, attuando il complesso paradigma della interdisciplinarità.

Le HET più emergenti sono quelle che vanno sotto l’acronimo NBIC [3] che sono frutto della convergenza di quattro settori tecnologici, significativamente interdisciplinari: le nanotecnologie (NBIC) che comprendono l’insieme di metodi e tecniche per la manipolazione della materia su scala atomo-molecolare; le biotecnologie (NBIC) che si riferiscono alla possibile manipolazione di organismi animali, umani e vegetali; le tecnologie informatiche (NBIC) che permettono analizzare ed elaborare grandi quantità di dati e le neuroscienze cognitive (NBIC) che studiano le complesse relazioni tra la mente ed il corpo. Trasversale è invece il contributo della farmacologia con il suo continuo impegno attraverso una ricerca sempre più specializzata.

Nasce così una rappresentazione uomo-ambiente come unico sistema complesso in cui si inseriscono i contributi delle tecnologie per il superamento delle barriere ideologiche a cui l’uomo deve affiancare il necessario impegno etico, sia sotto l’aspetto della uguaglianza sociale, sia sotto quello del rispetto della libertà e della dignità altrui.

La questione che si apre a questo punto è valutare quanto il concetto di miglioramento possa essere considerato un intervento volto a modificare uno stato patologico e di malattia e quanto, invece possa essere utilizzato per il potenziamento di individui sani ma da potenziare.

Nel primo caso, ci troviamo di fronte a situazioni già note, basate su test ed esperimenti che fidelizzano l’uso quotidiano della medicina; il semplice indossare degli occhiali può essere di per sé considerata una forma di enhancement. Nel secondo caso il punto di partenza è un individuo non malato che vuole aumentare le sue prestazioni o amplificare le sue capacità di interagire con l’ambiente che lo circonda, affrontando situazioni per le quali spesso non può ricorrere ad esperienze acquisite in situazioni similari. Tutto ciò alla luce di un nuovo clima rinascimentale in cui l’individuo è da un lato spinto (ed interessato) a sperimentare, anche su sé stesso, le nuove possibilità offerte dalle HET e, dall’altro, è timoroso ed incerto su quello che potrebbe essere un futuro non sufficientemente prevedibile e regolamentato, anzi, potenzialmente manipolabile da egoismi ed ambizioni di prevaricazione.

Una cosa è certa: le HET sono una realtà, con le sue luci ed ombre, da cui non si può prescindere e deve esserci un impegno costante e professionale per conoscerle, gestirle e quindi governarle. In altre parole, dobbiamo costruire assieme e responsabilmente “l’evoluzione dell’evoluzione” a partire dalla “conoscenza della conoscenza” che, come ben descrive E.Morin [4], ci permette di formulare le domande fondamentali che dobbiamo porci se vogliamo conoscere le fonti delle nostre certezze, dei nostri errori e delle nostre illusioni. Non solo risposte, quindi, ma soprattutto lucida e responsabile chiarezza sulle limitazioni inerenti a ogni forma di sapere che rappresenta la grande forza, e non la grande debolezza, della società contemporanea.

[1] European Parliament – Science and Technologies Options Assessment.

[2] un’ampia gamma di tecnologie esistenti, emergenti e visionarie, che includono anche prodotti farmaceutici – traduzione a cura dell’autore.

[3] Esistono altri acronimi con significato analogo.

[4] E. Morin, Il metodo 3 – La conoscenza della conoscenza, 2007, Raffaello Cortina Editore.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *